Cooltural Trip: BIENNALE VENEZIA 2013 - Il Palazzo Enciclopedico

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Anche quest’anno ARTEPRIMA ha organizzato per l’ultimo weekend di settembre una visita alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo Il Palazzo Enciclopedico, curata da Massimiliano Gioni e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta.

Dall’Arsenale ai Giardini, dalle mostre collaterali ai padiglioni nazionali inseriti nei palazzi in città, un percorso intenso di due giorni per vedere il meglio che Venezia ha messo in mostra in questa edizione della Biennale di Venezia.

Una Biennale che non verrà ricordata per un’opera scandalosa o eccentrica in particolare ma piuttosto per la priorità data alle idee e ai contenuti delle opere di artisti, filosofi, pensatori ed outsider che hanno dato corpo e forma a Il Palazzo Enciclopedico, la mostra curata da Massimiliano Gioni nel Padiglione centrale (Giardini) e all’Arsenale con opere che spaziano dall’inizio del secolo scorso a oggi, includendo più di 150 artisti provenienti da 38 nazioni.

“Nel corso di questi anni – spiega il Presidente Paolo Baratta – nella rappresentazione del contemporaneo è cresciuto il desiderio dei nostri curatori di mettere gli artisti in prospettiva storica o di affinità reciproca, evidenziando legami e relazioni sia col passato, sia con altri artisti del presente. Nello stesso tempo, rispetto all’epoca delle avanguardie, è cresciuta sempre più l’attenzione verso l’intensità della relazione tra l’opera e lo spettatore (viewer) il quale, ancorché scosso da gesti e provocazioni, alla fine ricerca nell’arte l’emozione del dialogo con l’opera, che deve provocare quell’ansia ermeneutica, quel desiderio di andare oltre che ci si attende dall’arte.”

“In questa direzione – prosegue Baratta – compie un passo decisivo questa Biennale che dà vita a una grande mostra-ricerca. Con Il Palazzo Enciclopedico Massimiliano Gioni, assai più che portarci un elenco di artisti contemporanei, riflette sulle loro spinte creative e sembra portare ancora più avanti il quesito: ma qual è il mondo degli artisti? L’interesse prospettico arriva al punto da ricercare relazioni con mondi diversi, per cui sono rappresentate opere di artisti contemporanei, ma anche opere del passato, riferimenti diversi, lavori che non hanno la pretesa di opere d’arte, ma che fanno parte degli stimoli a immaginare e sognare oltre la realtà, un’altra realtà. Insomma, quelle visioni che hanno nel tempo classico sollecitato le ‘aspirazioni’ degli artisti, nel tempo moderno le ‘ossessioni’ degli stessi, e a dar forma sensibile alle une e alle altre, fino al tempo presente, ove si verifica un vero e proprio capovolgimento. Oggi, ci sembra dire Gioni, è la realtà ordinaria a offrire su una tavola imbandita una pletora di immagini e visioni per l’uso quotidiano, e che tutte ci colpiscono senza possibilità di sfuggirle e che l’artista dovrebbe semmai attraversare restando indenne, come Mosè il Mar Rosso.”

La Mostra è ispirata all’utopistica idea creativa di Marino Auriti che nel 1955 depositò all’ufficio brevetti statunitense il progetto di un Palazzo Enciclopedico, un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità. Auriti progettò un edificio di 136 piani che avrebbe dovuto raggiungere i 700 metri di altezza e occupare più di 16 isolati della città di Washington. “L’impresa rimase incompiuta – racconta Massimiliano Gioni – ma il sogno di una conoscenza universale e totalizzante attraversa la storia dell’arte e dell’umanità e accomuna personaggi eccentrici come Auriti a molti artisti, scrittori, scienziati e profeti che hanno cercato – spesso in vano – di costruire un’immagine del mondo capace di sintetizzarne l’infinita varietà e ricchezza. Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancor più disperati.”

“Sfumando le distinzioni tra artisti professionisti e dilettanti, tra outsider e insider, l’esposizione adotta un approccio antropologico allo studio delle immagini, concentrandosi in particolare sulle funzioni dell’immaginazione e sul dominio dell’immaginario. Quale spazio è concesso all’immaginazione, al sogno, alle visioni e alle immagini interiori in un’epoca assediata dalle immagini esteriori? E che senso ha cercare di costruire un’immagine del mondo quando il mondo stesso si è fatto immagine?”

Il Palazzo Enciclopedico indaga il desiderio di sapere e vedere tutto: è una mostra sulle ossessioni e sul potere trasformativo dell’immaginazione. La mostra si apre al Padiglione Centrale ai Giardini con una presentazione del Libro Rosso di Carl Gustav Jung. “Nei vasti spazi dell’Arsenale – ridisegnati per l’occasione in collaborazione con l’architetto Annabelle Selldorf – l’esposizione è organizzata secondo una progressione dalle forme naturali a quelle artificiali, seguendo lo schema tipico delle wunderkammer cinquecentesche e seicentesche.” Dalle numerose opere ed espressioni figurative in mostra, che includono film, fotografie, video, bestiari, labirinti, tavole enciclopediche, performance e installazioni, “emerge una costruzione complessa ma fragile, un’architettura del pensiero tanto fantastica quanto delirante.”

“Il Palazzo Enciclopedico – conclude Gioni – è una mostra in cui si rende manifesta una condizione che condividiamo tutti, e cioè quella di essere noi stessi media, di essere conduttori di immagini, di essere persino posseduti dalle immagini.”

La Mostra è affiancata da 88 Partecipazioni nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Sono 10 i Paesi presenti per la prima volta: Angola, Bahamas, Regno del Bahrain, Repubblica della Costa d’Avorio, Repubblica del Kosovo, Kuwait, Maldive, Paraguay e Tuvalu.

Novità assoluta è anche la partecipazione della Santa Sede con una mostra allestita nelle Sale d’Armi. In Principio è il titolo scelto dal Card. Gianfranco Ravasi (Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura) per il Padiglione curato da Antonio Paolucci (Direttore dei Musei Vaticani).

Il Padiglione Italia in Arsenale, organizzato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con la PaBAAC – Direzione Generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee – è curato quest’anno da Bartolomeo Pietromarchi con una mostra dal titolo “vice versa”, un dialogo serrato tra 14 artisti di generazioni diverse messi in relazione a due a due su sette binomi tematici: corpo/storia; veduta/luogo; suono/silenzio; prospettiva/superficie; familiare/estraneo; sistema/frammento; tragedia/commedia.

Sono 47 gli Eventi Collaterali ammessi dal curatore e promossi da enti e istituzioni nazionali e internazionali senza fini di lucro, dislocati in numerose sedi della città di Venezia.

In particolare consigliamo le esposizioni: “Prima materia” a Punta della Dogana che raccoglie circa 80 opere riunite al fine di creare un dialogo serrato: da Marlene Dumas a Philippe Parreno, da Bruce Nauman a Diana Thater, fino alle grandi istallazioni come quelle di Thomas Schütte, Adel Abdessemed e Loris Gréaud;. E, “Rudolf Stingel” a Palazzo Grassi, il quartier generale del magnate François Pinault sul Canal Grande, trasformato in un tempio laico grazie ad una moquette dal decoro persiano che scorre su pareti, scaloni, pavimenti ispirandosi allo studio di Sigmund Freud a Vienna pieno di oggetti e tappeti. L’artista espone 30 oli su tela raffiguranti quadri astratti, ritratti di santi, un autoritratto ed un grande volto sfregiato da macchie e spruzzi di colore omaggiando il maestro ed amico Franz West, recentemente scomparso.

Infine consigliamo di visitare il Padiglione Irlanda, esterno all’Arsenale ed ai Giardini, che ospita il lavoro di Richard Mosse intitolato “Enclave” . Il fotografo ha portato un filmato realizzato nel Nord Kivu, nella Repubblica democratica del Congo. Qui, dal 1988 sono morte quattro milioni di persone in una guerra dimenticata. Nel suo tentativo di reinventare la fotografia di guerra, Mosse aveva iniziato nel 2009 a scattare immagini con la pellicola a infrarossi. Sul rullino si imprime lo spettro di luce non visibile all’occhio umano. Le foto mostrano, cioè, quel che c’è ma non si vede: una metafora non solo della guerra dimenticata, ma anche un tentativo di mostrare ciò che ci sfugge di quel che guardiamo. Le immagini, poi diventate anche un filmato, sono di una bellezza tragica: il verde della foresta rigogliosa diventa di un magenta-rosa profondissimo.