Matera Alberga - Salvatore Arancio per Hotel Casa Diva

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Riflessi di una madre scolpiti nella pietra di un figlio.

di Francesco Cascino

Testo per Motherless Child, opera di Salvatore Arancio ideata e installata nell’Hotel Casa Diva di Matera per il progetto Matera Alberga (Matera Capitale Europea della Cultura 2019).

Aperta da Sabato 20 Aprile 2019 all’eternità.

Salvatore Arancio è un artista di origini siciliane dall’identità internazionale. Le sue radici vulcaniche riflettono materia e spirito insieme. Da sempre indaga i fenomeni naturali ben oltre i coefficienti di ricerca della scienza che, a volte, ingabbiano l’immaginazione nel dato rilevabile puro e semplice. Salvatore, da artista che sperimenta l’ignoto passando per il noto, invece, ricompone gli elementi della natura e ne crea di nuovi, osservabili quindi con il terzo occhio e sperimentabili con la percezione, producendo quindi una rilettura in continua evoluzione della conoscenza.

Nel lungo processo partecipativo di analisi per decidere quale opera pubblica progettare per Matera Alberga e per la città, sulla base dei concetti chiave di accoglienza, convivenza e incontro, Arancio viene attratto dalla posizione privilegiata dell’Hotel Casa Diva che si affaccia nei Sassi – e non sui Sassi - e guarda la Murgia di fronte, distante ma come immersa, nonostante l’apparente separazione fisica. Così decide di accorciare ulteriormente la distanza e progetta un dispositivo metafisico: un’opera-ponte che riunisce simbolicamente due lembi di una ferita. La distanza emotiva tra la Murgia e i Sassi generata dalla narrazione normativa (attraverso la creazione del Parco archeologico imposta per legge), viene colmata dall’artista con un simbolo potentissimo, un dispositivo che riflette il sole al mattino e si riflette sull’animo dei cittadini.

Ma cominciamo dall’inizio.

Quando un territorio rupestre con oltre 700mila anni di storia cancellata, come la Murgia, è descritto banalmente come la terra in cui hanno vissuto gli uomini primitivi prima di trasferirsi sull’altro versante e costruire i Sassi, separata da Matera da un fiume invece che unita da un corso d’acqua, si crea una lacerazione nell’immaginario che si riflette sul possesso emozionale e intellettuale dei cittadini e, ovviamente, si riflette sul territorio. Arancio decide di ricomporre questa ferita con un’opera d’arte, un simbolo poetico e immaginifico che attiva il senso, la percezione e nuova consapevolezza della realtà reale: Murgia e Sassi, canyon e città, pietra, fiume e contesto urbano sono la stessa cosa, un unico territorio sensoriale, un unico paesaggio fisico, un’unica, meravigliosa idea di convivenza, accoglienza e incontro.

L’arte ci riporta alla percezione corretta della realtà da sempre.

D’altronde le forme votive scolpite dagli uomini preistorici sulla Murgia testimoniano la straordinaria abilità artistica di quelli che chiamiamo primitivi e che, invece, erano raffinatissimi esseri pensanti, intelligenti, colti e in simbiosi con la natura, con l’arte stessa e con l’armonia naturale delle cose. Basta visitare il Museo archeologico di Matera per ammirare vasi e bifacciali, amigdale e utensili di rara bellezza che testimoniano, ancora una volta, che la banale divisione cognitiva e positivista tra estetica e funzione non esiste, e quando noi la mettiamo in campo, oggi, impedisce di collegarsi alle meravigliose sezioni auree dell’universo. Per produrre vera evoluzione dobbiamo comprendere che il decoro, l’arte rupestre, la rete idrica sotterranea, le grotte con gli affreschi, le forme zoomorfe sono un unicum di desiderio, visione, tensione, natura, immaginazione, arte di vivere, pragmatismo e praticità.

Lo stesso artista, durante il processo di progettazione, dichiara: Casa Diva ha la vista ad Est, il sole la illumina la mattina, mentre la Murgia resta ancora in penombra fino a metà giornata. La scultura rifletterà sulla Murgia il sole che sorge sull’opera posta sul balcone di Casa Diva creando un ponte metafisico tra le due sponde. Un ponte fatto di quanti di luce, apparentemente intangibili ma concreti e pulsanti. Lo straordinario paesaggio della Murgia e dei Sassi di Matera è percepito come fossero due territori distinti mentre in realtà sono un luogo di vita unico in simbiosi con la natura: una selvaggia, l’altra costruita. Partendo dal dialogo con il curatore e l’albergatore, alcuni cittadini, un fisico e un artista materano, passando per lo studio delle mitologie popolari legate all’intero territorio fino alle contaminazioni secolari con popoli nomadi, sacralità locali e simbolismi esoterici, ho prodotto l’opera e ideato anche una performance per rimettere in collegamento due sponde di uno stesso paesaggio, di una stessa comunità.

Motherless Child -Figlio senza Madre - è perciò subito diventato per Salvatore una metafora per raccontare in chiave poetica la visione reale e profonda di un apparente distacco: Murgia e città sono uniti da sempre e per sempre come tutti i figli e le madri. Non ci si può separare da chi ti ha dato la vita, nonostante le osservanze cognitiviste prive di fondamento spirituale. Per ottenere la forma dell’opera, Salvatore ha scannerizzato una pietra all’interno di una caverna di Murgia Timone, posta esattamente di fronte a Casa Diva, ne ha prodotto la forma negativa riflettente e l’ha installata in modo che fuoriesca da una delle nicchie sul balcone principale dell’albergo, a metà tra l’interno e l’esterno della nicchia stessa. Guardandola dal balcone l’opera incombe sui visitatori come un pensiero inevitabile, un monito, una testimonianza della Murgia trasportata in città. Guardandola dalla Murgia invece l’opera riflette il sole e racconta della madre che si ricongiunge al figlio.

La performance è un’opera immateriale che vede coinvolti 30 abitanti materani e lucani del Coro Pop Materano e alcuni Volontari di Matera2019, che insieme cantano “Sometimes I Feel Like a Motherless Child” dalla Murgia verso i Sassi, guidati da un maestro, affacciati sulla grande gola di pietra al tramonto del 20 Aprile 2019. La canzone è parte della colonna sonora de Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, girato a Matera nel 1964, un brano che prende nome da un Gospel afroamericano di cui non si conosce l’autore e che viene datato all’incirca al 1870. L’interpretazione nel film è cantata dalla cantante blues/gospel Odetta Holmes.

Allo stesso tempo il titolo della canzone fa riferimento a un certo allontanamento e senso di distanza dalle origini, e da modi di vivere ormai lontani come l’idea del Vicinato, molto forte nella memoria della vita nei Sassi ma ormai in disuso nei palazzi e in quelli che chiamiamo appartamenti proprio perché ci appartano.

La performance mira a generare momenti di dialogo con la comunità e per la comunità, attraverso momenti di apparente ricreazione dall’anima profonda. L’artista, e tutti noi, ci auguriamo che questa pratica continui poi a ripetersi nei mesi e negli anni a venire, spontanea e partecipata da tutti i cittadini e i viaggiatori, una sorta di mantra e di gesto di riattivazione della memoria e della coscienza, fuori dai luoghi comuni, dentro i luoghi della comunità.

Francesco Cascino

Curatore Matera Alberga

Matera, 20 Aprile 2019

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