Monumenti e movimenti tra ipoteche, proteste, mass media e coscienza universale

imageArteprima Progetti indaga il potere delle immagini e dei monumenti tra dissensi e bisogno di arte pubblica intelligente.

Articolo di Francesco Cascino.

I temi che occupano i telegiornali di tutto il mondo in questi giorni, subito dopo quello della pandemia, sono la rabbia e la protesta per l’uccisione di George Floyd a Minneapolis per mano di un agente di Polizia che lo ha tenuto a terra soffocandolo con il suo ginocchio sul collo. La nostra posizione e i nostri sentimenti sull’episodio, senza volere al momento approfondire il tema della tragedia, sono ovviamente di grande dolore per la vittima e di ferma condanna nei confronti dell’agente, senza nessuna attenuante, sia per il caso specifico, sia per un atteggiamento barbaro e irresponsabile di chi dovrebbe proteggere e invece abusa del proprio potere, a volte aizzato da autorità senza nessuna autorevolezza. Una condanna etica e morale che speriamo si trasformi in condanna penale senza fine. Sul razzismo potremmo dirne di ogni genere, a cominciare dal fatto che Cristo era di pelle nera e lo hanno fatto passare per bianco per questioni di potere, e anche in quel caso hanno usato l’arte.

In questa sede analizziamo e approfondiamo proprio il potere dell’immagine: la scena del crimine, perché di crimine si tratta, è passata migliaia di volte sui media e, a guardarla bene, rimanda a un gesto plastico presente in decine di opere di arte antica, quando il pathos da trasferire era la cosa più importante di tutte, non essendoci altri mezzi di comunicazione. I media insistono sulla scena esattamente per questo motivo: sanno che entrerà nell’immaginario di chiunque perché è già presente nella coscienza universale per via dell’arte di ogni tempo.
imageAnche la protesta che si è scatenata ovunque ha a che fare con l’immagine, le icone, le effigi, i simulacri, le rappresentazioni, i simboli. La violenza di piazza è sfociata spesso nella distruzione di statue e monumenti che celebrano personaggi più o meno noti e che, a volte, sono simbolo anche di razzismo, sopruso, ideologie legate alla razza e altre nefandezze reali o presunte che vengono addebitate al protagonista di turno. Come quando l’ISIS fa esplodere i monumenti religiosi occidentali o spara nei musei: in quel momento sceglie di attaccare la nostra identità culturale, quello che ci accomuna o, in qualche misura, ci rappresenta tutti, dimostrando di sapere perfettamente quanto è importante e presente l’arte nelle nostre vite.

La gente oggi si scaglia contro i simboli che sintetizzano la nostra storia ma che, al contempo e a seconda dei casi, invadono anche le strade dove viviamo. Quei monumenti, quegli omaggi a personaggi storici, li abbiamo pagati noi ma nessuno ci ha mai chiesto se ci stessero simpatici o se fossimo d’accordo. È un atto unilaterale senza partecipazione né democrazia. Infatti il punto nodale è proprio questo: il mancato coinvolgimento, l’esclusione, la decisione presa a priori e calata dall’alto.

Questo tema è sempre stato caro ad Arteprima Progetti che lo tratta e lo dibatte nelle aule di education sin dal 2011, precisamente nella sessione di Art Learning denominata Arte Pubblica e Qualità Urbana, uno dei workshop con cui cerchiamo di trasmettere il senso benefico e l’utilità profonda per lo sviluppo individuale e collettivo che l’arte pubblica ha da sempre. In contrapposizione a quell’arte celebrativa di statue e monumenti equestri che invadono le nostre città senza portare beneficio alcuno. Anzi, in realtà quelle immagini ipotecano l’immaginario futuro con suggestioni quotidiane ben distanti dai bisogni primari condivisi. Ogni immagine potente genera altro immaginario. È il motivo per cui libri e opere d’arte controcorrente vengono bruciate dai dittatori, e per cui la cultura che apre la mente, nutrendola, viene messa al bando dai sistemi coercitivi.

Sappiamo infatti che l’immagine di un’opera d’arte, essendo allusiva o metaforica, genera a sua volta altre immagini nella mente del fruitore, cioè guardare una statua vuol dire vedere l’idea che esprime, non solo la sua descrizione scultorea. Su questo principio neuronale si basano sia l’arte, sia la propaganda di tutti i tempi e di tutti i sistemi di potere, anche quella positiva e divulgativa di imprese e istituzioni che intendono formare e informare i propri stakeholder, dai clienti ai cittadini e oltre. Il fascismo ha lasciato centinaia di opere di arte pubblica e di architetture che parlano delle sue dottrine, influenzando in questo modo l’inconscio individuale e collettivo. Che la mente ragioni per immagini è un fatto neurobiologico, quindi fisiologico, inevitabile e appurato scientificamente. Per questa ragione la Chiesa cattolica, ad esempio, affida agli artisti, sin dai suoi primi secoli di vita, l’informazione simbolica delle sue missioni evangeliche. Il mondo è pieno di opere d’arte sacra perché la committenza ecclesiale ha voluto comunicare col mondo - e al mondo - attraverso l’arte visiva e le arti al massimo livello qualitativo.
imageMichelangelo, ad esempio, che conosceva bene la differenza tra pittura e scultura, quando la Chiesa insiste per fargli dipingere la Cappella Sistina, dopo alcune settimane di diniego, essendo lui uno scultore, accetta ma realizza una stanza, una forma accogliente, un’esperienza immersiva reale a tutto tondo invece che un quadro bidimensionale che, di suo, non avrebbe generato partecipazione emotiva. Così nasce l’arte comprensiva di cui parliamo oggi; quanto è più profonda, utile, emersiva della realtà reale lo si vede a occhio nudo. Basta entrarci. Una volta dentro non sei spettatore, sei ospite attivo, puoi fare esperienza diretta delle scene della Bibbia, entrare nelle narrazioni visive e diventarne il protagonista. Cristo era uomo come te, pare ti dicano le immagini: fatto di carne e desideri.
La stessa cosa avveniva nelle grotte di Lascaux 24mila anni fa: ogni giorno le persone tornavano a una caverna decorata con le scene di vita e di caccia, di amore e di religione. Come per i popoli del Paleolitico, lo spettatore entra nella Cappella Sistina e si trasforma in protagonista, vive lui stesso quelle scene, è padrone, contempla ed è contemplato in ogni senso. Questa è arte pubblica, cioè di tutti e non solo dell’artista o del committente: un’arte che educa e consente partecipazione. Non si guarda più in un solo senso, dal basso verso l’alto, ma si guarda perché ci riguarda.image
Lo stesso fa il genio di Leonardo Da Vinci, mai obbediente alle narrazioni ecclesiali, spirito critico e libero per eccellenza. Un pittore, come lui stesso si definisce (non un ingegnere o altro), che, proprio grazie alla pratica della pittura, quella che noi chiamiamo Art Thinking, scopre strumenti e geniali dispositivi di senso e di vita che usiamo ancora oggi. Nell’Ultima cena ci porta a tavola con Cristo, insieme agli altri uomini e donne, in una prospettiva che assume il doppio significato di profondità architettonica e visione mentale, culturale, percettiva. La prospettiva unica infatti non è degli uomini liberi ma molti di noi sono fermi a quella prospettiva e devono ancora uscirne.image
Quest’arte è informazione, cioè ci informa di cose esistenti che però non si vedono. Potremmo chiamarla anche comunicazione, ovviamente, perché tecnicamente lo è. Oggi però noi chiamiamo comunicazione anche quella studiata a tavolino dagli esperti della materia per veicolare un messaggio attraverso strategie dialettiche e immaginifiche, quindi il termine comunicazione, se usato per l’arte, non renderebbe tutta l’idea. L’informazione dell’immagine informa su cose visibili e non. Per questa ragione l’informazione dell’arte si distingue dalla comunicazione intesa nell’accezione contemporanea.

Esiste appunto un’informazione simbolica, esoterica, quella per cui il simbolo entra nell’inconscio senza bisogno di parole. Come un rito che informa la coscienza del fruitore senza che questi possa opporsi in alcun modo, perché la natura informativa dell’immagine d’arte - o della forma scultorea, della foto, del video - è sottile, sensoriale e non passa dalla sfera cognitiva. La mente vede quello che sceglie di vedere, questo gli artisti lo sanno bene. Il simbolo lavora di suo, si dice negli ambienti degli studiosi. Pensa con i sensi, senti con la mente, recitava il titolo di una famosa Biennale di Venezia.image
Persino i tappeti, in antichità, avevano uno straordinario e complesso linguaggio esoterico perché i messaggi potessero passare inosservati al controllo delle frontiere e arrivare alle menti eccelse che sapevano leggere i simboli criptati, come succedeva per i simbolismi templari o le opere di Leonardo Da Vinci, che nascondevano la verità sulla Chiesa attraverso la pittura sfumata e i simboli esoterici per evitare di finire sul rogo; infatti i potenti re della Chiesa riescono a liberarsi del genio per poi rivendicarne l’italianità post mortem, mentre lui fu costretto a fuggire in Francia dove la sua libertà di ricerca era sacra.

Una storia che ricorda qualcosa di tristemente contemporaneo.

Per secoli le società sono state governate dall’ideologia della religione. Nel Cristianesimo il potere è rappresentato da Dio, Cristo, Maria, San Pietro e altre icone cattoliche: rappresentazioni un tempo invisibili che, ad un certo punto della storia, sono state mostrate, hanno preso forma e colore in modo da poter essere presenti nella mente dei popoli, incutendo rispetto e timore. Tutto deciso in un Concilio.

La comunicazione inizia 40mila anni fa, secondo la storia, quando cioè impariamo a parlare.

In epoche preistoriche quindi, prima della parola ci informavamo a vicenda attraverso suoni e gesti, come fa il teatro, e forse la comunicazione era più genuina, autentica, quasi impossibile da manipolare perchè, appunto, veicolata dai sensi. Infatti il teatro è una forma d’arte essenziale e potentissima: in completo abbandono da parte delle istituzioni, a proposito di oscuramento dei talenti di eccellenza.

L’istinto non sbaglia e ragiona per immagini, energie, suoni e profumi, quindi anche per gesti. I sensi sono ben più di cinque. L’informazione perciò inizia molto prima di 40mila anni fa; molte lance e amigdale, la cui provenienza è ben più antica, sono decorate in modo sopraffino e questo significa che le tribù intendevano informare i propri nemici sulla loro identità, oppure pensare di colpire gli animali con arte e rispetto. Insomma quelle decorazioni sono l’arte della guerra e della caccia, inducono motivazione e passione in chi le usa. Sono simboli di un bisogno e di un desiderio di esserci, mostrarsi, esprimersi e rappresentarsi.

Per questo motivo il mondo dell’arte distingue tra informazione e comunicazione ormai da anni. Di un’opera riuscita si dice infatti che è informante.

Appare chiaro dunque che statue e monumenti siano il frutto di una strategia di comunicazione che informa simbolicamente sulla missione di un dato sistema, governo o organizzazione che sia, e che questi manufatti non siano il risultato finale di un processo di partecipazione pubblica, e nemmeno contengano messaggi utili alla vita delle persone. Anzi spesso servono a imporre una volontà totalmente estranea al bene collettivo.

Come gli sfregi sui palazzi appena imbiancati, come la street art che non è arte ma un modo di raccontare la propria storia a chi magari vive in un quartiere disagiato, illudendolo di migliorargli la vita e riuscendo solo a indorargli pericolosamente la gabbia. L’arte pubblica, quella che noi chiamiamo comprensiva e che mettiamo in campo quando progettiamo rigenerazione e trasformazione urbana, protezione ambientale o sviluppo territoriale, prima di tutto coinvolge, cioè contiene gli interessi fondamentali e atavici di tutti e di ciascuno, dal bisogno di affetto a quello di aggregazione e riconoscimento sociale. Non parla della grandezza di Vittorio Emanuele II ma dell’identità del committente, del pubblico, della città, del quartiere e degli abitanti, a seconda dei casi, e risponde a bisogni reali, desideri e aspirazioni che vengono dalle persone e che gli artisti trasformano in opere fruibili. Le statue di generali e condottieri invadono le città senza aver chiesto permesso, perciò i risultati di vandalismo e rifiuto sono inevitabili.

Non sono gesti giustificabili, sia chiaro, ma comprensibili e soprattutto utilissimi per indagare davvero chi abbiamo di fronte, con chi condividiamo la città, che problemi e che bisogni hanno gli altri. Ogni gesto vandalico, finchè non diventa omicidio e distruzione, è un indicatore utilissimo a chi sa decodificare simboli e significanti comportamentali attraverso l’analisi dell’immagine.image
A questo la politica illuminata non può e non deve rinunciare, altrimenti si ritrova a stigmatizzare gesti e comportamenti come fossimo in tribunale senza però avere la sapienza necessaria a comprendere e cambiare le cose. Accuse e giudizi sterili e superficiali non migliorano la vita di nessuno, a cominciare da chi li pronuncia.

Certi gesti vanno compresi per poter essere a nostra volta compresi.


Francesco Cascino
Founder | Art Director Arteprima Progetti


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